/ Savino GALLO Giovedì, 26 ottobre 2017
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Il Ministro Padoan ha fornito il chiarimento nel corso del question time, ma sulle liste di soggetti a rischio evasione il ritardo è di oltre cinque anni
A partire dallo scorso mese di agosto l’Agenzia delle Entrate ha avviato un’attività di sperimentazione dei criteri di rischio elaborati per l’anno di imposta 2013 su un campione ristretto di soggetti, attraverso l’applicazione di un modello basato sull’analisi integrata delle informazioni finanziarie e degli altri elementi presenti in Anagrafe tributaria. In più, sta proseguendo la valutazione delle movimentazioni dei rapporti finanziari, allo scopo di elaborare indicatori di anomalia per l’individuazione delle posizioni da sottoporre a controllo.
A spiegarlo è il Ministro all’Economia, Pier Carlo Padoan, che ieri alla Camera ha risposto a due interrogazioni parlamentari riguardanti il mancato utilizzo, da parte dell’Amministrazione, della banca dati dei rapporti finanziari.
I due atti, depositati dai deputati Enrico Zanetti e Walter Rizzetto, si ponevano la stessa finalità: capire perché, a distanza di quasi sei anni dal decreto “Salva Italia” (DL n. 201/2011), che introduceva l’obbligo in capo all’Agenzia delle Entrate di attingere dall’archivio dei rapporti finanziari (operativo dal 2009) per individuare i soggetti a maggior rischio di evasione, non sia stato fatto ancora nulla in questo senso.
Stando all’ultima relazione della Corte dei Conti (da cui prendono le mosse le due interrogazioni), tale norma sarebbe stata “completamente disattesa”, non solo dall’Agenzia delle Entrate, “che non ha avviato nemmeno la fase sperimentale” della procedura, ma anche dal MEF, da cui non sono mai arrivate “specifiche indicazioni affinché l’Agenzia provvedesse a elaborare le liste selettive ed effettuare le analisi del rischio di evasione”.
L’Amministrazione finanziaria, ha chiarito Padoan, ha dovuto fare i conti con diverse criticità, relative alle modalità di comunicazione e conservazione dei dati, alla qualità e congruità degli stessi e alle finalità di classficazione dei contribuenti interessati dalla raccolta di tali informazioni. Per questo, è stato “avviato un dialogo con l’Autorità Garante della privacy, per disporre delle linee guida sulle esatte modalità di trasmissione dei dati e la verifica preliminare dei criteri selettivi”.
In tale ottica, l’Agenzia ha creato una “nuova struttura informatica”, il Sistema di interscambio dati, dotata, ha sottolineato il titolare del MEF, di “livelli di sicurezza molto elevati, in grado di garantire il transito delle informazioni”. Il nuovo tracciato informatico è stato introdotto nel 2015 e, fatto ciò, “si è reso necessario creare anche un nuovo archivio dei rapporti”.
Ritardo dovuto alla nuova struttura informatica introdotta nel 2015
Di conseguenza, si è dovuto procedere a spostare nel nuovo archivio tutti i dati comunicati fino al 31 dicembre 2015 e questo ha richiesto tempo, considerato che i sistemi informativi erano “contraddistinti da una procedura di estrazione dei dati non completamente automatizzata”.
Di qui il ritardo accumulato negli anni, dipeso anche dall’esigenza di “creare una banca dati caratterizzata da adeguati standard di completezza e qualità delle informazioni utilizzate da parte dell’Agenzia”, sempre nel rispetto della tutela dei dati personali.
Posto che la questione privacy sembra non essere ancora del tutto risolta (il “caso spesometro” sembra essere indicativo in tal senso), il problema, ha risposto Zanetti, è che non si parla di un paio d’anni, ma di oltre cinque di ritardo dalla previsione normativa che imponeva di sfruttare le banche dati per individuare i soggetti davvero a rischio evasione.
Tempi “del tutto incompatibili” con le necessità del sistema, a maggior ragione se si considera che, in questo periodo, si è continuato a introdurre nuovi adempimenti che, stante “l’incapacità gestionale” dell’Amministrazione finanziaria, hanno finito per produrre “ulteriori corti circuiti”.