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Senza semplificazione, non ci sarà sviluppo


/ Emanuele GRECO e Melania MARCHESE
4-5 minuti

Caro Direttore,
sono essenzialmente due i temi sui quali l’opinione pubblica si sta concentrando in questo periodo di emergenza: la salute e l’economia.

C’è una forte consapevolezza da parte di tutti che la salute dei cittadini venga prima di qualsiasi altra questione e che solo un sistema sanitario pubblicamente organizzato possa essere in grado di sostenere emergenze di questo tipo, anche con l’apporto del privato. La realtà ci fa capire che pubblico e privato dovranno per sempre convivere secondo determinate regole, da riscrivere, e che non potrà esistere una sanità solo pubblica o solo privata.
Inoltre cresce la consapevolezza di essere chiamati a pensare alla salute in senso più ampio, come salvaguardia della persona, ma anche dell’ambiente che ci ospita e della “famiglia umana”.

Ho amici che lavorano in ambito sanitario. La loro più grande preoccupazione prima del coronavirus? Essere vittima di denuncia per negligenza in ambito lavorativo. Ebbene, i nostri eroi hanno paura di ciò che la gente, in preda all’individualismo, in totale mancanza di fiducia e spesso per sete di facile guadagno, complice la legge, possa scatenare nei loro confronti.
Forse anche noi commercialisti possiamo comprendere più di altri questa paura. In fondo, quando ci troviamo ad accettare un incarico di sindaco o una revisione societaria, o anche la semplice consulenza a un cliente, non mettiamo forse in conto che, soprattutto in tempi di crisi, qualcuno possa giudicare la nostra presunta mala fede e metterci in difficoltà in merito a questioni sulle quali potremmo non avere pienamente il controllo?

Già, le leggi sono così complicate che è divenuto impossibile avere piena consapevolezza di tutto e spesso, nell’incertezza delle norme e di una realtà non sempre prevedibile, navighiamo a vista; inevitabilmente bisogna mettere in conto questi rischi.

Allora la domanda a cui penso spesso in questi tempi di coronavirus è la seguente: davvero le leggi sono fatte e pensate per gli uomini? Per il bene comune?
Questa pandemia ha evidenziato il paradosso che per far funzionare lo Stato possono bastare poche persone al Governo e (forse) le decisioni dei Presidenti di Regione.
Allora perché non perseguire questa strada diminuendo il numero di parlamentari (così si realizza anche il distanziamento sociale in parlamento) e creando il Senato delle Regioni?

Abbiamo bisogno di leggi chiare, semplici, comprensibili, tempestive, adatte a risolvere i problemi della gente, vicine ai loro bisogni e alla loro realtà. Non servono slogan o potenze di fuoco; servono persone che lavorano con un pensiero lucido.

Ne abbiamo davvero bisogno, a partire dalla giustizia fino ad arrivare al sistema fiscale, passando per il sistema sanitario, il welfare e il terzo settore, le norme in edilizia, la cultura, il turismo, i beni artistici, la scuola, le politiche per la famiglia e per i giovani e in tutti quegli ambiti nei quali il nostro Paese non funziona, o meglio, potrebbe di gran lunga funzionare meglio.

Se non ripartiamo da una volontà politica seria di semplificare le leggi e di estinguere i mali della nostra Italia, mafia ed evasione fiscale prima di tutti, continueremo ad andare avanti, come al solito, rassegnati ed esercitando la nostra grande arte, che a livello mondiale tutti ci riconoscono: quella di arrangiarsi.

Noi commercialisti siamo abituati ad adattarci a tutto, ma vorremmo smettere di perdere tempo a interpretare leggi e provvedimenti assurdi e farraginosi ed essere davvero consulenti dei nostri clienti imprenditori nel prendere scelte consapevoli per un progresso sostenibile della nostra società.

Dovremmo far sentire di più la nostra voce, tutti, come professionisti ma anche come cittadini! Perché le rivoluzioni non partono mai dall’alto, ma sempre dal basso.
Anche la burocrazia uccide. Non solo il coronavirus.


Ilaria Guarise
Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Verona

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