Esiste una sottile tirannia nel modo in cui le istituzioni scelgono le parole. Ci abituiamo a tal punto a certe locuzioni da smettere di analizzarle, interiorizzandole come verità assolute. Eppure, grattando la superficie di questo lessico burocratico e politico, emerge un’intollerabile ipocrisia: il linguaggio viene piegato per colpevolizzare il cittadino o l’impresa, assolvendo lo Stato dalle proprie inefficienze o giustificando le sue pretese. Ecco una riflessione su come quattro esempi della “neolingua” istituzionale ribaltino la realtà dei fatti. Il primo è il paradosso dell’“Abuso di diritto”. In uno Stato di diritto, le regole del gioco sono scritte dal legislatore. Il cittadino e l’imprenditore non hanno il potere di determinare il perimetro della norma, ma solo il dovere (e il diritto) di muoversi al suo interno. Eppure, se un contribuente si muove con troppa efficienza, pur restando nel recinto del lecito, ecco palesarsi l’accusa di “abuso di diritto”. È un ossimoro logico co...
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