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Perché nome e cognome? E altre domande sul nuovo spesometro


/ Giancarlo ALLIONE Venerdì, 22 settembre 2017
4-5 minuti

Come testimoniano le numerose lettere arrivate al nostro giornale, in questi giorni gli studi professionali sono impegnati fino alle lacrime nella compilazione della comunicazione dei dati delle fatture emesse e ricevute nel primo semestre 2017, l’adempimento realizzabile con il semplice click.

Quello che si trasmette è un tracciato che per ogni riga (leggasi fattura attiva e passiva, indipendentemente dall’importo) prevede la compilazione di circa una cinquantina di campi. Quello che colpisce è che nella marea dei dati richiesti, la parte del leone la facciano i dati anagrafici, richiesti in diverse decine. Sono richiesti la Provincia (ma non le hanno abolite?) e il CAP (ma il CAP e la città non sono generalmente corrispondenti?). Addirittura nome e cognome devono essere indicati in campi separati, così come in campo separato va indicato il numero civico.

I dati anagrafici dei clienti o dei fornitori, specie quando sono molti e per transazioni di piccolo importo, sono difficili da acquisire in modo corretto e difficilissimi da manutenere aggiornate. Ma non basta la partita IVA o il codice fiscale? L’Agenzia non dispone dei dati anagrafici completi di tutti coloro che hanno un codice fiscale e/o una partita IVA?

Forse sfugge all’Amministrazione che oggi una marea di transazioni avviene via web e che quindi i dati sono inseriti direttamente dai clienti, spesso in modo affrettato e quasi sempre con molti errori. Errori che generano un andirivieni infinito di file fra le aziende e lo studio, con migliaia di persone impegnate a realizzare e controllare elenchi sterminati. Diagnostici che girano come trottole restituendo messaggi sibillini e ansiogeni come: codice errore 00432: 2.2.1 <identificativi fiscali> o 2.2.2 <altri identificativi> non presente a fronte di 2.2.3.1.1 <tipo documento> uguale a TD01, TD04 o TD05.

Quale può essere la soluzione? Rifiutare la vendita a chi non è in grado di fornire con precisione svizzera tutti i suoi dati? Mettere alle casse ufficiali dello stato civile o creare siti di e-commerce che prima di farti acquistare un flacone di dopobarba ti facciano un interrogatorio degno della polizia della DDR, pieni di controlli bloccanti in grado di far perdere la pazienza anche al potenziale cliente più devoto? Oppure, utilizzare piattaforme estere dove con due dati ti vendono qualsiasi cosa e poi chi vivrà vedrà?

Alcune norme recenti sembrano testimoniare che anche il legislatore italiano si è finalmente accorto che per creare sviluppo e posti di lavoro in Italia è necessario che le cose si facciano in Italia, che le imprese siano invogliate a venire e a rimanere, ma poi nei fatti quando si giunge alla declinazione pratica tutto si complica fino al delirio e il confronto con professionisti e imprenditori di altri Paesi getta nello sconforto.

Qualcuno di coloro che vanno in televisione a magnificare i pur tangibili successi delle politiche di Governo ha chiaro che si stanno paralizzando da giorni gli studi professionali e gli uffici amministrativi delle aziende?
Perché, al contrario del vecchio adagio, si continua pervicacemente a punire tutti per educarne uno?

Ma ora basta con i soliti lamenti, siamo utili al Paese e faremo tutti i file che ci sono richiesti compilando tutti i campi che li compongono. Dateci però almeno il tempo di farlo.
Mentre, col massimo rispetto verso chi ha pagato puntualmente imposte sanzioni aggi e interessi, il Governo si accinge a varare la proroga della rottamazione delle cartelle, magari rendendola ancora più conveniente, una proroghetta anche per noi e i nostri file xml con tanto di firma digitale e marca temporale ci starebbe.
Subito, diciamo oggi pomeriggio.

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