/ Savino GALLO Venerdì, 12 ottobre 2018
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Davanti alle prevedibili difficoltà a cui andranno incontro tante imprese che, ad oggi, “non sono ancora pronte per l’introduzione della fatturazione elettronica”, una “moratoria sulle sanzioni sarà il minimo sindacale che la politica dovrà concedere” (sul tema si veda anche “Ipotesi e-fattura senza sanzioni e con più tempo per l’emissione” di oggi). Con queste parole Massimo Miani, Presidente del CNDCEC, ha chiuso la sua relazione di apertura del convegno nazionale in corso di svolgimento ad Agrigento.
“Abbiamo provato a spiegare in tutti i modi – ha ricordato – che era meglio prevedere un’introduzione più graduale”. Con il cambio del Governo, si sperava che l’istanza potesse essere accolta, ma “non è stato così e ne prendiamo atto”. Ora, però, bisogna evitare che lo sviluppo tecnologico e la digitalizzazione, che “offrono anche opportunità in termini di trasparenza, semplificazione e lotta all’evasione”, non producano “tragedie di massa”. Nel suo intervento, il Presidente del CNDCEC ha dedicato tanto spazio all’analisi delle misure contemplate dal DEF, puntando l’attenzione sulla necessità di aumentare l’attrattività del Paese.
Va in questa direzione la proposta, lanciata ieri, di introdurre una “flat tax al 15% per 15 anni per tutti coloro che trasferiscono la propria residenza in Italia, dopo essere stati residenti all’estero in almeno nove degli ultimi dieci anni. Una norma come questa, ha spiegato Miani, “non porterebbe in Italia solo qualche Cristiano Ronaldo, ma intere società con i relativi amministratori, collaboratori e dipendenti”.
Seguendo la stessa logica, secondo i commercialisti potrebbe essere varata anche “una norma che esenta totalmente da imposizione per 15 anni i redditi da pensione per tutti coloro che trasferiscono la propria residenza in Sicilia e nelle altre regioni del Mezzogiorno, dopo essere stati residenti all’estero in almeno nove degli ultimi dieci anni”.
L’attrattività, ha sottolineato Miani, è fondamentale per la crescita, e diversi Paesi sembrano averlo già capito. È il caso degli Stati Uniti, dove è stata varata una riforma fiscale “concepita apposta per attrarre i gruppi che operano nell’economia digitale e per favorire la localizzazione negli USA delle società che possiedono i fattori di produzione immateriali a più alto valore aggiunto, come marchi, brevetti e know how”. E la Francia, con la riduzione delle imposte sulle imprese già annunciata da Macron, sembra già “pronta ad adeguarsi”.
Se non si vuole rischiare di assistere anche alla “delocalizzazione delle filiere produttive ad alto valore aggiunto e alto contenuto tecnologico”, servirà ben altro rispetto a “generiche minacce di lotta alla evasione dei grandi e misure dedicate ai minimi”.
Anche perché, per ciò che riguarda l’ampliamento a 65 mila euro del tetto di fatturato fino a cui è possibile rientrare nel regime forfetario, si tratterebbe di un provvedimento dalla portata molto limitata. “Una platea potenziale massima di 593 mila partite IVA individuali – ha ricordato Miani –, che andrebbero ad aggiungersi al milione circa che già se ne avvale dal 2015. Sui circa 40 milioni di contribuenti IRPEF, 593 mila significa poco più dell’1%”.
In più, c’è il rischio di “effetti distorsivi”, soprattutto nel settore delle libere professioni. I commercialisti chiedono di “rimuovere i paletti di accesso che attengono alla partecipazione a società o associazioni professionali e ai tetti di spesa per dipendenti e collaboratori e di investimento in beni strumentali”, perché così si rischia di “premiare solo le piccole partite IVA che non si aggregano, non assumono e non investono”.
Ci potrebbero essere, inoltre, degli “effetti collaterali dannosi”, prodotti dalla grande differenza in termini di imposizione fiscale tra chi è sotto i 65 mila e chi fattura appena di più. “Sono 315 mila – ha sottolineato Miani – le partite IVA individuali con fatturato compreso tra 65 e 100 mila euro per le quali diventerebbe addirittura più conveniente ridurre il proprio fatturato e logicamente i propri costi, per rientrare nel regime forfetario”. Più in generale, “i commercialisti condividono le preoccupazioni evidenziate in queste settimane dal mondo delle imprese” in merito ad una manovra troppo sbilanciata sull’aumento di spesa corrente di natura previdenziale e assistenziale e troppo poco su misure per la crescita e il sostegno alle imprese: “Si parla di 18 miliardi di maggiore spesa corrente a fronte di 2 miliardi soltanto in interventi di riduzione della pressione fiscale”.
Inoltre, preoccupa la prospettiva: “Se il deficit programmato per il 2020 è già a 2,1%, nonostante incorpori ancora 13,6 miliardi di aumento dell’IVA da neutralizzare, significa che per il 2020 già solo evitando l’aumento dell’IVA si parte da un deficit programmato del 2,9%”. Numeri di questo tipo, ha concluso Miani, “non autorizzano a pensare che la riduzione della pressione fiscale per una platea più ampia di contribuenti sia soltanto rinviata, ma che gli aumenti di spesa previdenziale e assistenziale si siano già portati via tutti i margini di azione anche se la crescita si dovesse rivelare in linea con le ottimistiche previsioni del DEF”.