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Virgillito: «Professione senza un’identità comune, serve una svolta»


/ Savino GALLO Venerdì, 12 aprile 2019
5-7 minuti

Tassi di crescita fermi allo 0,4%, percentuale di giovani che, in 10 anni, è passata dal 29 al 17% e, in generale, una professione che non riesce ad evolversi, né in termini di aggregazione (oltre il 61% è in uno studio individuale) né in termini di attività svolta (quasi il 90% fa contabilità e bilancio, più del 55% consulenza fiscale). Nell’aprire il 57° Congresso dell’Unione giovani, iniziato ieri a Torino, il Presidente Daniele Virgillito parte dalla fotografia della professione scattata nel 2018 dalla Fondazione nazionale commercialisti.

Una fotografia che certifica il perdurante momento di difficoltà che vive la categoria, “incapace di vincere nessuna delle battaglie” che si è trovata ad affrontare negli ultimi dieci anni. Se ciò è accaduto, ha spiegato Virgillito, è perché “118 mila commercialisti non hanno un’identità, un sentire comune”. Sono solo “una folla che si riunisce in determinate occasioni”, quasi sempre legate a “finalità elettorali”.

Da tale consapevolezza bisogna partire per perseguire l’obiettivo di ritrovare la “maggiore autorevolezza” verso l’esterno. “Il primo passo – ha aggiunto il Presidente dell’Unione – è diventare uniti”. In questo modo si riuscirà ad invertire quella tendenza che vede i commercialisti “costantemente ignorati” quando, ad esempio, ricordano che la flat tax “disincentiverà le aggregazioni” o quando c’è da ricercare consulenze gratuite in spregio alle competenze acquisite attraverso un lungo percorso di studi.

Servirà anche, ha sottolineato Virgillito rivolgendosi ai circa 1.500 professionisti arrivati a Torino, provare a cambiare le istituzioni dall’interno, “entrandoci e non solo limitandosi a criticarle”. La professione, invece, andrà cambiata “provando a tracciare futuri inediti”, puntando su temi come “internazionalizzazione, intelligenza artificiale e big data”. E anche in questo i giovani dovranno recitare una parte da protagonisti, “immaginando un futuro e provando a perseguirlo giorno dopo giorno, nel presente”.

Sarà necessario, però, che le istituzioni non ostacolino questo processo, garantendo, ad esempio, un equo compenso a fronte delle prestazioni erogate. Il tema è stato ripreso dal Sottosegretario alla Giustizia, Jacopo Morrone, che ha ribadito la propria intenzione di voler andare avanti sulla strada appena tracciata: “A inizio aprile è stato creato un tavolo tecnico con i rappresentanti degli Ordini professionali”, che dovrà formulare delle proposte per rendere effettiva la norma sull’equo compenso “in un percorso che dovrà concludersi entro fine anno”.

Intanto, ha ricordato Morrone, “si è riusciti ad inserire nel DEF un segnale di attenzione” su questo tema, che non riguarda solo i professionisti ma anche i tirocinanti, i quali dovranno avere “quantomeno un minimo di riconoscimento che gli permetta di sopravvivere”.

Una battaglia, quella sull’equo compenso, in cui anche il Consiglio nazionale è in prima linea. A rappresentarlo, ieri, il Vicepresidente Davide Di Russo, il quale ha riconosciuto il “momento di difficoltà” che vive la professione, ricordando che “i commercialisti non sono sempre aiutati dal sistema”. Con la digitalizzazione del Fisco, ha spiegato, “la Pubblica Amministrazione ha ridotto i propri costi del 50%, scaricandoli sulle spalle dei commercialisti”: i dati OCSE parlano di “costi per 10-15 mila euro a studio”.

A ciò si sono aggiunti i costi per la fatturazione elettronica (in media circa 3 mila euro a studio secondo una ricerca della FNC) e allora diventa più che mai rilevante il discorso dell’equo compenso, anche in riferimento all’attività di collegio sindacale: “I 170 mila incarichi che si apriranno con la riforma della crisi d’impresa – ha aggiunto Di Russo – devono essere un’opportunità, a patto che si faccia un ragionamento anche sulle responsabilità, che non possono essere illimitate ma correlate al compenso (un multiplo dello stesso, ndr)”.

Sul tema scientifico dell’evento, gli enti locali e le partecipate, Di Russo ha rivendicato il risultato della modifica del decreto sui compensi, fermi da anni a fronte di adempimenti sempre in aumento.

Non abbastanza, secondo Luca Asvisio, il quale non ha risparmiato critiche al Consiglio nazionale, che “sembra essere sordo alle difficoltà che si vivono sul territorio”. Secondo il Presidente dell’Ordine di Torino, bisogna trovare la “capacità di fare lobbying, smettendola di criticare il comportamento di altre categorie e concentrandosi sulle nostre carenze”.

L’imperativo, ha aggiunto, è “riprendere in mano il progetto specializzazioni”, per provare ad ottenere “un riconoscimento delle esclusive non di diritto ma di fatto”, e non abbassare la guardia sulla riforma della crisi d’impresa, in modo da evitare che diventi “un’altra opportunità sprecata”.

E magari ripartire dalla “passione e la capacità di fare squadra”, concetti molto cari al compianto Aldo Milanese, il Presidente del “Modello Torino”, a cui, oltre ad Asvisio, ha voluto dedicare un ricordo anche Federica Balbo, Presidente della locale sezione dell’Unione giovani e del Comitato organizzatore del Congresso.

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