/ Enrico ZANETTI Mercoledì, 15 maggio 2019
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I dati ufficiali dell’Osservatorio sulle partite IVA del Dipartimento delle Finanze, relativo al primo trimestre 2019, consentono di fare alcune prime valutazioni sui riflessi comportamentali che sta determinando l’innalzamento fino a 65.000 euro, a decorrere dal 2019, della soglia massima di ricavi o compensi per poter rientrare nella cosiddetta “flat tax delle partite IVA individuali”.
Le nuove partite IVA aperte nei primi tre mesi del 2019 sono state 196.060, con un incremento di circa l’8% rispetto al dato del primo trimestre del 2018 (181.774) e 2019 (182.757).
Se però si scompone il dato in funzione della tipologia soggettiva della nuova partita IVA, si vede come l’incremento delle nuove aperture di partite IVA individuali abbia raggiunto il 14% (150.934, rispetto alle 132.396 del primo trimestre 2018 e 133.946 del primo trimestre 2017), mentre l’apertura di nuove partite IVA da parte di società di persone e soggetti assimilati registra invece una flessione di oltre il 17%.
Già dai numeri del primo trimestre risulta dunque evidente la tutt’altro che imprevedibile dinamica in atto: i significativi risparmi che possono essere conseguiti da una partita IVA individuale, e che sono invece preclusi a chi esercita una impresa o una professione in forma associata, stanno funzionando come un vero e proprio incentivo alla frammentazione del già sin troppo frammentato mercato del lavoro autonomo, per il quale sarebbero all’opposto auspicabili meccanismi che incentivassero processi di aggregazione.
Non a caso, sul punto, il Manifesto dei commercialisti, presentato nei giorni scorsi in occasione degli Stati Generali della professione, pur esprimendo apprezzamento per l’attenzione che nella scorsa manovra di bilancio è stata dedicata alle piccole partite IVA, invita il Governo a fare in modo che l’esercizio di un’attività di impresa o professionale in forma associata sia, se non incentivato, quanto meno non discriminato in peggio rispetto al suo esercizio in forma individuale.
Altro aspetto interessante, su cui è lo stesso Dipartimento delle Finanze a porre l’accento, nella sua nota sintetica di accompagnamento alla pubblicazione dei dati, è il fatto che gli incrementi di aperture di partite IVA individuali sono direttamente proporzionali all’età del novello imprenditore o lavoratore autonomo individuale, con un incremento che arriva al 39,2% per la fascia degli over 65 (l’incremento è invece del 26,5% per la fascia da 51 a 65 anni; del 13,1% per la fascia da 36 a 50 anni; del 8,5% per la fascia under 35).
Regime più profittevole per chi ha un reddito complessivo “diversificato”
Nell’ambito di una dinamica fisiologica sarebbe stato francamente lecito attendersi esattamente il contrario, così come diviene lecito ancor più di prima interrogarsi sulla bontà della scelta di rimuovere del tutto il precedente tetto di 30.000 euro di redditi di lavoro dipendente o da pensione per poter accedere al regime forfetario con flat tax sui redditi con partita IVA.
È infatti evidente che questa scelta rende paradossalmente il regime più profittevole per chi ha un reddito complessivo “diversificato”, come i lavoratori dipendenti e i pensionati che percepiscono anche compensi per consulenze con partita IVA, che per i “veri” destinatari della misura agevolativa, ossia i lavoratori autonomi, giovani e meno giovani, che ritraggono dall’attività con partita IVA la parte assolutamente preponderante o direttamente la totalità del proprio reddito complessivo.
Al netto delle polemiche per partito preso, questi numeri confermano dunque l’opportunità di aggiustare il tiro, nel senso auspicato anche dalle categorie economiche e professionali, oltre che naturalmente mettere in campo adeguati controlli rispetto a eventuali comportamenti volti a intestare partite IVA individuali a soggetti che in realtà non svolgono attività alcuna, al solo fine di “frazionare” e “spalmare” il fatturato su più soggetti e rientrare così nel limite dei 65.000 euro.