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Sulla chiusura di Poste a nuove pratiche sui bonus edilizi clamore ingiustificato

Ragionevole presumere che la scelta sia motivata dall’aver raggiunto una soglia di acquisti prossima a esaurire la capacità di assorbimento dei crediti

Sta suscitando molto clamore la sospensione da parte di Poste italiane della possibilità di inserire “nuove pratiche” per l’acquisto di crediti di imposta derivanti da bonus edilizi.


In verità, il clamore sarebbe giustificato ove la scelta di Poste italiane fosse motivata dall’attesa di fantomatici “chiarimenti normativi” che, in realtà, altro non sarebbero che l’attesa di interventi normativi che risolvano il gigantesco problema di bilancio che va profilandosi per Poste dopo la conferma, da parte della Cassazione, della sequestrabilità dei crediti di imposta derivanti da bonus edilizi inesistenti e fraudolenti (si veda “Crediti di imposta acquistati da soggetti poi indagati sequestrabili ai cessionari” del 29 ottobre).


Se però la scelta di Poste italiane fosse (come è ragionevole presumere sia) motivata dalla pura e semplice constatazione del raggiungimento di una soglia di acquisti ormai prossima a esaurire la capacità di assorbimento dei crediti di imposta in compensazione con imposte e tributi, si tratterebbe allora di una scelta assolutamente giustificata che non legittima clamore alcuno e che, peraltro, accomunerebbe Poste alle scelte compiute dalla generalità delle banche italiane.

È un dato di fatto, del resto, che il grandissimo successo dello strumento dell’opzione di cessione del credito di imposta, ai sensi dell’art. 121 comma 1 lett. b) del DL 34/2020, ha ormai saturato la capacità di assorbimento della generalità degli intermediari finanziari, i quali già da qualche mese acquistano con il freno a mano tirato.


Sta al legislatore decidere cosa fare.

Se vuole che le Poste e le banche ricomincino a comprare, può agire su molte leve.

Può rendere “flessibile” l’utilizzo in compensazione delle quote annuali, consentendo di riportare sugli anni successivi le eccedenze inutilizzate in un anno, evitando così quel che accade ora, ossia che le eccedenze inutilizzate vengono irrimediabilmente perdute dall’intermediario finanziario che ha acquistato crediti di imposta oltre la sua capacità di assorbimento.


Può prevedere che le banche possano usare i crediti di imposta in compensazione non soltanto con le proprie imposte e contributi, ma anche con quelle dei loro clienti per conto dei quali versano i relativi modelli F24 (proposta targata ABI che rimuoverebbe ogni problematica di tipo quantitativo negli acquisti di crediti di imposta).


Possibili modifiche normative, ma con riflessi sul bilancio di cassa

Sono ovviamente tutte modifiche normative che, nel rendere più fluido il meccanismo di utilizzo dei crediti di imposta (e, quindi, la loro appetibilità in termini di acquisto), producono riflessi potenzialmente molto significativi anche sul bilancio di cassa dello Stato.


Proprio per questo, è ragionevole chiedersi se davvero il legislatore, che sta peraltro valutando ridimensionamenti anche dal punto di vista delle percentuali di detrazioni spettanti a titolo di superbonus già a decorrere dal 2023, abbia davvero intenzione di mettere a terra simili strumenti.

Se questa intenzione non ce l’ha, il problema va ben oltre Poste italiane, le sue scelte e le motivazioni delle sue scelte.


Di certo, quale sarà l’epilogo di questa vicenda, la responsabilità politica non può essere ascritta a chi eventualmente prendesse atto della insostenibilità di un meccanismo nato per creare “moneta fiscale”, bensì a chi ha fatto credere che fosse sostenibile un sistema in cui vengono introdotti meccanismi che creano “moneta fiscale”.


Lo spazio c’è, per mantenere il bilancio dello Stato in equilibrio e al contempo non abiurare completamente un meccanismo che, dopo essere stato depurato dei mostruosi errori normativi iniziali, può funzionare in modo corretto.

È sempre più stretto, ma ancora c’è.

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