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Sull’antiriciclaggio per i professionisti è l’ora delle scelte


La puntata di Report di domenica scorsa, dedicata al tema del riciclaggio di denaro e al ruolo svolto dai liberi professionisti rispetto ad esso e al suo contrasto, ha messo in luce una volta di più quanto sia sempre più concreto il rischio che, se gli Ordini professionali non prenderanno finalmente in mano la questione con la dovuta determinazione, la disciplina antiriciclaggio possa esplodere in faccia a loro e a tutti i loro iscritti.

Una determinazione, quella che ci devono mettere gli Ordini, che può esplicarsi in due direzioni diametralmente opposte.
La prima: salire sulle barricate e rifiutare in modo espresso il tipo di ruolo che la normativa antiriciclaggio scarica sui liberi professionisti e sugli Ordini medesimi, denunciandone apertamente le onerose storture formali rispetto alle finalità sostanziali della disciplina.
La seconda: abbandonare il ruolo di poco più che meri formatori degli iscritti in materia di antiriciclaggio ed esercitare in modo proattivo l’ingrato compito di primi censori dei comportamenti degli iscritti, pur nella consapevolezza dell’assurdità di taluni aspetti della disciplina.

Delle due, pero, necessariamente dovrà essere quanto prima scelta una, perché perseverare nella via mediana tra questi due approcci, come è stato fatto sinora, lascia comunque esposti gli iscritti a tutti i rischi che si accompagnano a una non puntuale osservanza della disciplina; e, al tempo stesso, crea i presupposti per cui si può, quando lo si desidera, gettare facile discredito sugli Ordini medesimi e, quindi, anche su quei professionisti che gli obblighi li osservano.
La questione è trasversale a tutte le professioni giuridiche ed economiche, ma i commercialisti sono quelli più coinvolti e travolti da queste problematiche.

Qual è il messaggio che è passato in materia di riciclaggio e antiriciclaggio? Che, a fronte di oltre 113mila iscritti all’Albo, le segnalazioni antiriciclaggio provenienti sino ad oggi dalla categoria sono state poche decine e questo sarebbe tutto dire. Nelle more di una decisione definitiva sull’amletico bivio di cui sopra, cominciamo almeno a spiegare, o almeno cominciamo a provarci, che il raffronto tra totale segnalazioni inviate e totale iscritti all’Albo è sbagliato in radice e tendenzioso nella sua assunzione.

Perché? Perché il raffronto va semmai operato anzitutto tra numero di segnalazioni inviate e numero di iscritti condannati per reati di riciclaggio o concorso in riciclaggio. È quest’ultimo, infatti, il numero che rappresenta l’altra faccia della medaglia del totale di segnalazioni effettuate da una determinata comunità professionale o economica.

A quanto ammonterà questo numero? Esagerando di molto per eccesso, magari anche a dieci volte il numero delle segnalazioni. Anche se così fosse, tuttavia, si tratterebbe sempre di una percentuale comunque marginale anch’essa (meno dell’1%), se rapportata agli oltre 113mila iscritti all’Albo.

Ebbene, non è forse questa la più chiara dimostrazione che l’applicazione degli obblighi antiriciclaggio nei confronti dei liberi professionisti, seppur condivisibile in astratto, interessa, sul piano sostanziale degli obblighi di segnalazione, adempiuti o non adempiuti, un numero estremamente ridotto, in termini percentuali, del totale di coloro che esercitano la professione di dottore commercialista ed esperto contabile?
E allora, se questo è vero (ed è vero), perché bisogna applicare questa disciplina secondo modalità tali da far letteralmente impazzire, sul piano formale degli obblighi di identificazione e registrazione, tutti, ma proprio tutti quanti coloro che esercitano questa o altra professione, ivi inclusi i piccoli e piccolissimi studi?

La risposta più semplice e immediata è “perché lo prevede l’Europa”, variante sovranazionale della risposta “perché c’è una sentenza della Corte costituzionale” che viene data in ambito nazionale, quando sul terreno c’è qualcosa di assolutamente irragionevole, ma che, al tempo stesso, si preferisce lasciare come sta, piuttosto che lottare con ogni mezzo per modificarlo (in previdenza e’ un classico).

Opportunità di una rimodulazione della disciplina
Il punto non è cercare di ottenere un’improbabile e francamente improponibile esclusione dei liberi professionisti dagli obblighi antiriciclaggio, ma far comprendere, in virtù delle evidenze empiriche che testimoniano l’estraneità della stragrande maggioranza dei liberi professionisti ai “rischi di riciclaggio”, l’opportunità di una rimodulazione della disciplina sulla falsariga di quella prevista per la responsabilità amministrativa degli enti.

In quest’ottica, tutti gli adempimenti formali, connessi all’adeguata verifica della clientela e alla sua registrazione, andrebbero trasformati, da obblighi autonomamente soggetti a sanzione quali oggi sono, a prassi ottimali (l’equivalente dei “modelli organizzativi”), la cui puntuale osservanza funga da fattore di attenuazione dell’eventuale responsabilità del professionista relativamente all’unico vero obbligo sostanziale imprescindibile: quello della segnalazione delle operazioni sospette.

Ecco che, fermi restando gli obblighi sostanziali e le connesse sanzioni, cesseremmo di vincolare inutilmente a meri, quanto sistematici e perciò gravosi adempimenti formali quel 90% e passa di liberi professionisti che, in tutto l’arco della propria vita professionale, si ritrovano forse una o due volte in una situazione per la quale il “rischio riciclaggio” rende meritevole una adeguata verifica “formale”, allo scopo di tutelarsi da eventuali responsabilità rispetto agli obblighi sostanziali della disciplina.

Difficile arrivare a questo? Difficilissimo, ma altrettanto lo è pensare di poter contare all’infinito su controlli fondati più sul buon senso che sulla lettera della norma.

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